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Italia aggrappata all’export

INTERNAZIONALIZZAZIONE – L’export è l’unica componente del PIL italiano cresciuta nel corso dell’ultimo decennio. Ma le imprese che fanno affari con l’estero sono in calo. Un’analisi su come sta cambiando il business del “made In Italy” e perché l’Italia farebbe meglio ad aprirsi maggiormente invece di volersi isolare sempre di più.

Südtiroler Wirtschaftszeitung von Südtiroler Wirtschaftszeitung
30. August 2019
in Italien
Lesezeit: 3 mins read
Italia aggrappata all’export

Bolzano – L’economia tedesca in frenata, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il grande interrogativo legato alla Brexit e ora anche le incertezze legate alla crisi politica interna: per le imprese esportatrici non è certo un periodo semplice. Eppure, come rileva il recentissimo rapporto dell’ICE (l’Istituto per il Commercio Estero), anche in questo scenario di incertezza l’export italiano ha confermato il suo buono stato di salute.

Nel 2018 le esportazioni di beni prodotti da imprese italiane hanno raggiunto il valore di 463 miliardi di euro che ne fanno il nono Paese esportatore a livello mondiale con una quota di mercato del 2,9 per cento. La crescita è continua dal 2013 in poi: rispetto al 2008, l’export è l’unica componente del Pil italiano ad essere cresciuta. Infatti, mentre i consumi sono calati dell’1,9 per cento e gli investimenti del 16,4 per cento, la caduta del Prodotto interno lordo (Pil – meno 3,1 per cento tra il 2008 e il 2018) è stata frenata soltanto grazie al più 16,9 per cento messo a segno dalle esportazioni. Dal 2013 il saldo commerciale (la differenza tra esportazioni e importazioni) è sempre in attivo e nel 2018 ha sfiorato i 50 miliardi, pari al 2,2 per cento del Pil. In Europa va meglio la Germania, leader indiscusso a livello UE quando si parla di commercio estero (l’attivo commerciale è pari al 6,9 per cento), ma Francia e Spagna sono messe peggio, entrambe con un disavanzo commerciale attorno al 3 per cento. Dati positivi che l‘Istat ha confermato anche per il primo semestre del 2019, chiuso con esportazioni del 2,7 per cento e un surplus commerciale di 22 miliardi.

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La propensione all’export, misurata come rapporto tra le esportazioni e il Pil, è in crescita dal 2010 e nel 2018 ha toccato il 32,1 per cento. Una quota ancora lontana dalla Germania (ormai stabilmente sopra il 50 per cento, ma in linea con altri Paesi come Francia o Spagna. Interessante notare come in questa classifica l’Italia faccia meglio anche dell’Alto Adige, che nonostante un commercio estero in costante crescita negli ultimi anni ha una propensione all’export ancora relativamente bassa, pari al 22 per cento.

Quasi il 60 per cento del volume di scambi commerciali dell’Italia viene generato con i primi dieci mercati. In testa c’è la Germania (13 per cento), davanti a Francia (10 per cento) e Stati Uniti (9 per cento). La Cina pesa “solo” il 3 per cento, meno di Spagna, Regno Unito e Svizzera (tutti attorno al 5 per cento).

Il rapporto ICE dedica un’ampia sezione all’analisi delle imprese esportatrici. In generale si conferma che queste aziende hanno una produttività migliore, pagano stipendi più alti e fanno investimenti maggiori rispetto alle imprese non esportatrici. Il problema è che il loro numero è in diminuzione. Nel 2013 le imprese esportatrici italiane erano quasi 130.000, ora sono scese a circa 125.000 (di queste, circa 2.800 hanno sede in Provincia di Bolzano). Un dato che piazza comunque l‘Italia al secondo posto in Europa per numero di imprese esportatrici, dietro solo alla Germania. Export in aumento, ma imprese attive sui mercati esteri in diminuzione: si tratta solo in parte di una contraddizione. Infatti, negli anni è aumentato il valore medio esportato (sfiora i 3,5 milioni di euro contro i 2,7 milioni del 2013) così come la quota di esportazioni prodotte da imprese di medio-grande dimensione. In generale, quasi la metà dell’export viene prodotto da grandi imprese con più di 250 addetti, mentre il peso delle medie imprese con un numero di addetti tra 20 e 250 è del 30 per cento e quello delle aziende da 10 a 49 addetti del 18 per cento. Le prime cento imprese esportatrici esportano il 24 per cento del totale: una concentrazione più bassa rispetto, ad esempio, a Germania (35 per cento), Spagna (37 per cento) o Francia (44 per cento), e anche difforme dai numeri altoatesini: in Provincia di Bolzano, infatti, circa il 50 per cento del valore totale delle esportazioni altoatesine è generato dalle prime 23 imprese esportatrici, mentre sono in 233 a controllarne il 90 per cento.

Evidente anche nell’internaziona­lizzazione il gap territoriale rilevante: le regioni del Nord-Ovest realizzano il 40 per cento dell‘export italiano, quelle del Nord-Est il 33 per cento. Solo il 16 per cento dell‘export proviene da imprese localizzate nel Centro-Italia, appena l’11 per cento dal Sud.

“Bello e ben fatto”: una descrizione che calza bene per descrivere la tipologia dei prodotti esportati dall’Italia. Macchinari (12,7 per cento), prodotti tessili e abbigliamento (11,4 per cento), mezzi di trasporto (11,0 per cento) e alimentari (7,6 per cento) sono i principali settori dell’export italiano. A contribuire al saldo commerciale attivo è soprattutto la meccanica con oltre 60 miliardi di differenza tra esportazioni e importazioni, seguita dal settore moda (circa 30 miliardi) e da quello dell’arredamento (circa 10 miliardi).

Schlagwörter: 133-19Italiano

Ausgabe 33-19, Seite 13

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