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Siamo ancora bilingui?

FORMAZIONE – Essere ponte tra due culture: per decenni è stato questo un punto di forza dell‘Alto Adige – e anche della sua economia. Ma ora tra le imprese sempre più spesso si percepisce una forte preoccupazione: dobbiamo fare attenzione a non perdere questa caratteristica, avvertono. I numeri dicono che queste preoccupazioni sono tutt‘altro che infondate.

Südtiroler Wirtschaftszeitung von Südtiroler Wirtschaftszeitung
30. März 2018
in Südtirol
Lesezeit: 4 mins read

Bolzano – Negli ultimi mesi, in occasione di vari incontri, il presidente della Camera di Commercio Michl Ebner ha avuto modo di ripeterlo più volte: “Ho l‘impressione che i nostri giovani siano meno bilingui rispetto al passato. Vale per la conoscenza del tedesco nelle città così come per quella dell‘italiano nelle vallate. Dobbiamo motivarli di più, far comprendere meglio ai giovani e ai loro genitori quanto sia fondamentale il bilinguismo”. Heiner Oberrauch, presidente del gruppo Oberalp-Salewa è d‘accordo: “Dobbiamo tornare a puntare in maniera molto più decisa sul plurilinguismo e fare quel passo in più che da sempre contraddistingue la nostra terra: il nostro successo è stato spesso dettato non solo dal conoscere una seconda lingua, ma dal comprendere e dal capire anche una seconda cultura”.

Una capacità che le aziende di tutti i settori fanno sempre più fatica a riscontrare tra i giovani. Vale per tutti i settori, dalle imprese che lavorano a livello internazionale ai negozi che vendono a clienti di lingua italiana e tedesca passando per alberghi e ovviamente per tutti i servizi della pubblica amministrazione. Quanto l‘essere capace di muoversi a cavallo delle due culture sia fondamentale per l‘economia locale lo dicono i numeri. Due esempi su tutti, export e turisti. Nel 2017 oltre la metà delle esportazioni altoatesine sono andate verso i mercati di lingua tedesca (in Germania per il 33 per cento, 11 per cento in Austria, 5,5 per cento in Svizzera). Dei sette milioni di turisti che ogni anno trascorrono le loro ferie in provincia, più di 3 milioni provengono dalla Germania (a cui si aggiungo quasi 700 mila tra austriaci e svizzeri) e circa 2,5 milioni dall‘Italia. Il mix tra efficienza tedesca e creatività italiana è un marchio di qualità che vale per la gastronomia come per l‘artigianato o i prodotti altamente innovativi. L‘Alto Adige riesce ad essere piattaforma di incontro per gli industriali di Confindustria e Bundesverband der Deutschen Industrie (BDI) in occasione del Business Forum che si tiene ogni anno a Bolzano, ad attrarre cervelli di entrambi i mondi, come dimostra l‘università (il primo rettore, Alfred Steinherr, è un noto economista germanico, quello attuale, Paolo Lugli, un affermato esperto di nanotecnologie italiano) e anche a fare da collante tra Trentino e Tirolo all‘interno di un‘Euroregione che si sta ritagliando sempre più spazi. Essere bilingui e trovarsi a proprio agio in entrambe le culture è stato – detto in termini economici – per decenni un fondamentale vantaggio competitivo per l‘Alto Adige.

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Ma è un vantaggio competitivo che – nonostante ingenti investimenti pubblici in questo campo – sta andando perdendosi, soprattutto tra i giovani. Colpa probabilmente anche di un modello di convivenza spesso improntato al vivere “accanto” e non “insieme” all’altro. “Bisogna sensibilizzare i giovani, ma prima ancora i loro genitori”, avvertono numerosi imprenditori. La conferma arriva anche dal recentissimo studio svolto dalla sovrintendenza scolastica italiana e presentato la scorsa settimana: per l’apprendimento della seconda lingua la motivazione che arriva dai genitori è più importante del numero di ore di insegnamento.

“E‘ un problema enorme – conferma anche il presidente dell’ Unione Provinciale degli Artigiani e delle Piccole Imprese CNA, Claudio Corrarati – e su cui siamo tutti chiamati a lavorare. Non possiamo accontentarci della non-qualità. Troppo spesso accettiamo che non si conosca la seconda lingua o che la si conosca ad un livello solo superficiale. Invece i nostri giovani devono padroneggiare bene entrambe le lingue del territorio: il plurilinguismo lo chiediamo a chi viene da fuori, a maggior ragione dobbiamo pretenderlo da chi vive qui. Invece le aziende fanno fatica a trovare personale bilingue anche solo ad una conoscenza di base. Più si sale di livello con le mansioni – scrivere una mail, formulare una lettera, fare una relazione tecnica, portare avanti una trattativa in prima persona – più la difficoltà cresce”. Il tema è stato all’ordine del giorno anche di una recente riunione tra gli imprenditori del comprensorio Valle Isarco di “wirtschaftsring-economia alto adige” (swr-ea) e l’assessore provinciale alla scuola tedesca Philipp Achammer: “Le conoscenze dei giovani nella seconda lingua sono peggiorate in maniera significativa negli ultimi anni e questo è allarmante: formazione degli insegnanti e introduzione dell’insegnamento CLIL sono soluzioni possibili”, riassume il presidente comprensoriale Matthias Braunhofer. Accanto a chi aspetta risposte dal mondo della scuola, c‘è chi corre ai ripari in proprio, ad esempio con corsi di formazione (il gruppo Aspiag ha appena lanciato una apposita app che dovrebbe aiutare i dipendenti del gruppo a imparare il tedesco) o con progetti specifici (l‘Unione albergatori dell‘Hgv l‘anno scorso ha instaurato una partnership con le scuole alberghiere della Sicilia).

I numeri confermano quanto sempre più imprenditori lamentano. Basta guardare ad esempio ai risultati degli esami di bilinguismo. Detto che negli anni il patentino ha subito diverse modifiche, la tendenza è molto chiara. Alla fine degli anni Novanta la quota di promossi era ancora superiore al 60 per cento, per la carriera D (la più bassa) si sfiorava il 90, mentre per la carriera A (quella più elevata) la percentuale di successo sfiorava il 70 per cento. Pur con qualche oscillazione la tendenza è stata di un graduale peggioramento: nel 2016 i promossi all‘esame di bilinguismo sono stati appena il 37 per cento, meno di un candidato su tre è riuscito a superare l‘esame per il livello A, mentre i promossi al livello D si sono fermati sotto la soglia del 70 per cento. E‘ di pochi mesi fa lo studio Kolipsi di Eurac Research che è arrivato a conclusioni simili: nel 2010, nelle scuole tedesche gli studenti che avevano buone competenze in italiano erano il 41 per cento; oggi sono circa la metà (20 per cento). Per quanto riguarda il tedesco come seconda lingua, le competenze si attestano in prevalenza a un livello elementare: per la maggior parte degli studenti delle scuole italiane non è possibile partecipare attivamente a una discussione in tedesco su temi quotidiani.

Troppo poco, soprattutto considerando che le richieste del mondo del lavoro diventano sempre più esigenti. Harald Oberrauch, presidente del gruppo Durst/Alupress, è convinto che i lavoratori tra qualche anno dovranno conoscere cinque lingue, “di cui due saranno imprescindibili, l‘inglese e il linguaggio di programmazione informatica”. E soprattutto considerando che la concorrenza diventa sempre più agguerrita: in Tirolo attraverso dei progetti Interreg c‘è chi impara l‘italiano all‘asilo o ha la possibilità di farlo attraverso dei soggiorni estivi e degli scambi con i pari età del Bellunese, in Trentino la giunta ha appena stanziato più di centomila euro per finanziare la certificazione in tedesco per 1.099 studenti delle superiori.

Insomma, faremmo bene a tornare a puntare su ciò che rende l‘Alto Adige più forte, senza cercare inutili divisioni. E’ anche una questione di competitività.

Schlagwörter: 13-18freeItalianonomedia

Ausgabe 13-18, Seite 6

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